Innovazione e controcultura

Innovazione: fra mito e linguaggio; per sottolineare quanto il nostro “abbondante”  parlare di innovazione, contiene in realtà una volontà a non realizzare nessun cambiamento, ma a “manutenere” gli attuali modelli di sviluppo, cercando di renderli ancora possibili, nonostante forti crisi strutturali, e sostenendo il consolidato modello di equilibrio sociale ed economico.

Occorre raccontare il più semplicemente possibile come la parola innovazione sia diventata un mantra psicologicamente rassicurante, rispetto a processi che spesso non controlliamo e che invece vorremmo guidare; innovazione e sviluppo, innovazione e lavoro, un metodo per garantire una crescita che si è fatta difficile in una competizione globale senza barriere.

 

Alla fine degli anni ’60, golden age inutilmente rievocata, i primi studenti di informatica lavoravano intorno a computer in rapido sviluppo: questo sviluppo era percepito come parte integrante e “normale” di un percorso di progresso costante in cui si lavorava e si viveva, senza ansiosi impegni a perseguire una innovazione come se fosse mancata un’occasione. Progresso era certamente una parola caratterizzante, ma di una visione politica, con alternativa “conservatrice”, antitetica a quello che stava succedendo e idealmente arretrata.

Innovazione oggi è una parola “bipartisan”, terribile espressione per descrivere una “non presa di posizione”, una pavida equidistanza, un obiettivo quindi a non cambiare ma a mantenere strutture, rendite di posizione, vantaggi acquisiti.

 

 Dunque occorre fornire qualche indicazione, appunto di metodo, di uscita dalla crisi strutturale che ci condiziona, ricordando che nel passato le situazioni di forte spinta progressiva della Società sono avvenuti anche attraverso momenti di controcultura, momenti di spinta ali cambiamenti innanzi tutto di cultura e comportamento e poi di applicazione di una nuova creatività allo sviluppo economico e sociale.

Un libro di qualche anno fa, “From Cyberculture to Counterculture” di Fred Turner della Chicago University, racconta come un possibile punto di vista nella nascita dei successi della Silicon Valley, sta appunto nelle origini della Controcultura Californiana degli anni ’70, con Stewart Brand e il Whole Earth Network, antenato degli attuali Social Network, funzionante come aggregatore della  libertà creativa in altri campi, inclusa Joni Mitchell, per incanalare il desiderio di cambiamento verso uno sviluppo economico importante. Steve Jobs racconterà nel 2005 agli studenti della Stanford University, come il Whole Earth Network avesse avuto un ruolo rilevante nella sua formazione.

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